
(APCOM)
Belgrado, 19 set. (Apcom) – Il presidente della Repubblica serbo Boris Tadic partirà domenica alla volta di New York alla guida della delegazione che parteciperà alla 63ma sessione dell’Assemblea generale dell’Onu. Obiettivo dichiarato, ottenere il voto della maggioranza dei Paesi Onu necessario per poter chiedere il parere della Corte internazionale di giustizia (Icj) sulla conformità al diritto internazionale della dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo dello 17 febbraio 2008.
Basterà un solo “sì” di vantaggio per riuscire “a trasferire la questione del Kosovo dal terreno della politica a quello del diritto”, recita la nota diffusa oggi della Presidenza della Repubblica serba.
Ma in questa fase la questione è ancora tutta politica: si tratta di ottenere “quanto più supporto possibile” prosegue il presidente nel comunicato di vigilia alla sua partenza. E per riuscirci non sarà risparmiato un colpo, sulla scia del primo successo centrato la scorsa settimana: i 28 paesi membri del Comitato generale dell’Assemblea generale – che redige in via preliminare l’agenda dei lavori – hanno accettato all’unanimità di inserire il voto sul ricorso serbo all’ordine del giorno.
“Un’importante vittoria, ma non definitiva” commentava il ministro degli esteri Vuk Jeremic, volato in India a tentare di incassare il sostegno di New Dehli, storicamente a confronto con problematiche indipendentiste.
Un’azione di lobby internazionale a tutto campo, che vedrà a New York il primo cittadino serbo impegnato ad incontrare “oltre trenta capi di delegazione” e pronto ad affrontare “giorni durissimi nella difesa degli interessi legittimi del nostro paese”
Anche se privo di valore vincolante, per Belgrado un parere favorevole del più alto organo di giustizia internazionale sarebbe “di vitale importanza e grandissimo peso” e consentirebbe di “trovare nuovi modi e nuova capacità di riaprire le negoziazioni”. In altri termini non si potrebbe obbligare a ritrattare i 47 Paesi dei 192 Onu, che hanno già riconosciuto Pristina, ma certamente contribuire a rafforzare le reticenze degli altri.
Sulla non obbligatorietà del parere della Corte si snoda, inoltre, la posizione di diversi Stati che pur riconoscendo Pristina non intendono ostacolare Belgrado in sede Onu: l’Italia è tra questi. ll nostro Paese oltre a vantare – Kosovo a parte- ottime relazioni bilaterali con Belgrado, ritiene pragmaticamente che l’anno e oltre necessario alla Corte per esprimersi potrà solo contribuire in positivo alla distensione del dialogo.
Allo stesso tempo i sei paesi Ue che non hanno avallato l’indipendenza di Pristina (Spagna, Romania, Grecia, Cipro, Slovacchia, Malta e Portogallo) spingono perchè l’intero club europeo voti ora a favore del ricorso serbo. La contropartita potrebbe essere “ammorbidire” la posizione di Belgrado di netto rifiuto al dispiegamento della missione Ue in Kosovo, Eulex, senza una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che annulli la 1244/1999 ancora in vigore.
Un disegno – quello di una posizione unitaria dell’Ue in sede Onu sull’avance ‘giuridica’ serba – osteggiato “in primis” proprio dai membri permanenti del Consiglio di sicurezza: Gran Bretagna e Francia. Insieme agli Usa sono tra i principali sponsor dell’indipendenza di Pristina e non gradicono affatto l’iniziativa di Belgrado. Scontato, invece, il sostegno di Cina e Russia.
Sull’altro versante del mappamondo “gran parte degli Stati membri dell’Organizzazione degli stati islamici (Oic) e della Lega araba sosterranno la nostra risoluzione” è il bottino che ha riportato il ministro del Lavoro e delle politiche sociali serbo, il musulmano Rasim Ljaijc, di ritorno da New York, dove ha partecipato ai paralleli lavori dell’Unicef.
Ci sono segnali per un cauto ottimismo, dunque, ma non per deporre le armi. Diplomatiche, s’intende.